Gaza, la prima smart city

Uno dei più grandi paradossi della storia del Novecento rappresenta lo scenario in cui la vittima di un’atrocità possa divenire a sua volta carnefice: Israele, Stato nato a seguito dello sterminio nazista contro il popolo ebraico rappresenta forse il più fulgido e paradossale esempio di quel paradosso. Sconsigliamo vivamente ai nostri lettori di fare questo esempio durante le loro discussioni con individui particolarmente predisposti a credere complessivamente alle narrazioni dei media mainstream. Non lo suggeriamo poiché la sinfonia dei media mainstream occidentali allineati, evidenzia all’unisono le immagini dell’attacco di Hamas contro Israele, e quindi parlandone rischiereste, e rischieremmo, di recitare sempre la solita parte dei complottisti, pedanti, rompiscatole eternamente oppositivi, mai oggettivi.

Ci rimangono dunque alcuni fatti da analizzare: dal 1948 ad oggi, in Palestina, si verifica un macabro scenario nel quale le generazioni dei discendenti delle vittime dei ghetti nazisti hanno trasformato la Palestina in un gigantesco ghetto, in cui il controllo panottico è da sempre di tipo poliziesco, per giunta con crescenti tassi di tecnologia che si evolve e migliora le sue prestazioni negli anni, attorno alle esistenze dello sfortunato protagonista: il popolo palestinese.

Un popolo al quale nel corso dei decenni sono stati fatti soprusi di ogni genere, come la privazione delle terre, delle case, dell’acqua. Alla spoliazione materiale, sono seguite la deportazione e l’umiliazione sociale del non essere nel pieno dei propri diritti di cittadino, in uno Stato paramilitare del controllo panottico.

La striscia di Gaza, nello specifico rappresenta il ghetto tecnologico per eccellenza: popolato da 2 milioni di abitanti, che abitano un territorio di 365 km², quasi totalmente video-sorvegliato, con accesso bloccato in entrata e uscita, con limitazioni per le aree di pesca. Bunker sotterranei, uno scenario di guerra costante. Che risultati dovevano aspettarsi le autorità israeliane, facendo vivere il popolo palestinese in una prigione a cielo aperto? Che genere di umanità pensavano di ottenere dalla loro governance ciber-panottica e segregazionista? Questo scenario da videogame distopico è realtà a Gaza.

Il mainstream non definisce i contorni di questa guerra, non spiega le ragioni di questa guerra. Ciò avviene poiché non racconta e non può raccontare tutta la storia, si limita a manipolare il telespettatore trasmettendo il copione della nuova false flag multi-livello all’interno della quale potrebbero emergerne di ulteriori. Vengono proposte le immagini del brutale attacco di Hamas, e l’altrettanto orrenda risposta dell’esercito e dell’aviazione israeliana. Seguiranno l’escalation e l’invasione di terra israeliana. In tal modo è facile escludere dalla narrazione le violenze subite dal popolo palestinese negli ultimi settantacinque anni.

Fatti di autentica apartheid etnica e razziale per i cittadini di Gaza e della Palestina. Per loro, ma anche per la popolazione civile di Israele, la guerra viene spostata in aree specifiche, ma rimane sempre in uno stato di latenza. Nel mentre accadevano queste atrocità, le telecamere e i microfoni del mainstream erano orientati verso altri “scacchieri” della loro geopolitica da salotto, ingessata, eccessivamente formale e spudoratamente schierata dalla parte degli interessi finanziari dell’imperialismo israeliano.

Nell’Europa del Novecento, il sistema politico criminale pensato e realizzato dal nazismo aveva al centro del modello teorico la capacità panottica di controllo e sorveglianza sugli individui. Anche il progetto della smart city ideale, si basa su princìpi analoghi, fuori dal contesto di una guerra permanente. Oggigiorno, sono invece, i medium tecnologici (TV, e social media) gli strumenti che accentuano la separazione spazio-temporale tra l’azione e i suoi effetti. Le pratiche assassine realizzate ad Auschwitz rappresentarono la fusione tra il panottismo benthamiano e i dettami della fabbrica taylorista, due prodotti della civiltà occidentale.

La loro applicazione è sfociata nel massacro sistematico: una sorta di taylorismo assassino, intreccio di razionalità strumentale e ingegneria sociale completamente prive di alcun tipo di morale compassionevole. Il risultato fu un’autentica rimozione forzata di vite ritenute senza valore, un credo assassino perpetrato tramite la mano del potere burocratico fusosi col pensiero razziale nazista. Uno sterminio di categorie di persone per le quali lo schema ordinativo di una visione razionale e isomorfa non prevede un posto.

Ciò che accadeva nei ghetti delle città dell’Europa orientale tra il 1942 e il 1945, nel Sud Africa dell’apartheid dal 1948 fino al 1994, non è poi tanto differente da ciò che accade in Palestina dal 1948. Ciò che accomuna i differenti contesti, è l’utilizzo di tecnologie di ingegneria sociale basate su segregazione, separazione, espulsione e deportazione: dispositivi di potere che agevolano la promozione dell’indifferenza etica e umana, al fine di mettere a tacere i cittadini, non consentirgli l’utilizzo della bandiera, rendergli inaccessibile l’accesso e la coltivazione della loro terra, esporli ad un regime di vita basato su tornelli di accesso, perquisizioni, umiliazioni di ogni genere. Questo risultato è acquisibile solo attraverso la tecnicizzazione dell’azione sociale, l’incontrastato trionfo del management radicale, dell’ingegneria sociale che depotenzia le motivazioni morali alla base delle comunità umane.

Oggi, anche grazie all’ausilio dei social media, gli individui sono potenzialmente nella posizione di auto-interrogarsi sul senso e sulle modalità dei rapporti con gli altri popoli per promuovere e conservare la pace. Ma non lo fanno, perché preferiscono continuare a galleggiare nella rassicurante bolla dei social network, che sterilizza l’immagine della guerra, e li lascia nella rassicurante comfort zone. Per la Palestina non esiste il supporto della cosiddetta “comunità internazionale” di cui parlano i leader politici occidentali. Ancora oggi, la violenza continua ad essere sterilizzata, circoscritta a specifiche aree a-settiche nel mondo, in cui i fatti di sangue avvengono, ma non c’è l’adeguata attenzione delle telecamere dei media occidentali.

Immagini dal documentario “Roadmap to apartheid”, di Ana Nogueira e Eron Davidson, 2012.

I pigri cittadini occidentali, se solo ne fossero interessati, se solo uscissero dalla loro comoda bolla social atlantistico-consumistica, potrebbero scoprire che Gaza è la prima smart city, ovvero il primo ghetto da 15 minuti. Un esperimento di controllo panottico radicale, reso possibile proprio grazie al contesto emergenziale della guerra latente, nel quale il potere consente ed autorizza ogni atrocità. La smart city pensata dalle élites globaliste per i cittadini occidentali, serve a depotenziare le capacità dei cittadini di interagire con l’ambiente urbano e la sua complessità, e dunque assolve in maniera eccellente alle finalità di depotenziamento delle istanze e delle esigenze politiche dei suoi abitanti.

Tuttavia il panottismo contemporaneo, digitale, video-sorvegliato, miscelato alla propaganda mediatica generalista dei media digitali, contribuisce a sterilizzare la morte attraverso l’ausilio degli schermi dei dispositivi, riconducendo al silenzio i nuovi genocidi e tutte le guerre che vengono commesse in questi contemporanei regimi di apartheid.

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