La spirale del silenzio: emarginazione ed esclusione sociale come arma conoscitiva (uno scritto in memoria di Aaron Swartz)

Il sistema di senso costruito dalla fusione dei media generalisti, digitali, cartacei, televisivi e radiofonici, e dei social network “atlantisti” manifesta, a livello formale, un’evidente vocazione verso l’assenza di trasparenza dei processi decisionali. Lo scopo di quest’assenza di trasparenza è chiaramente manipolatorio ed ingannevole. Sono strumenti del potere che servono per irregimentare le condotte degli individui, rendendole conformi ai desiderata del potere stesso. Nel mondo della contro-informazione, (o meglio della finta contro-informazione) lo stantio dibattito sembra essersi fermato a frettolosi etichettamenti di “gatekeeping” per qualsivoglia parere non conforme al registro comunicativo dominante nel campo della stessa contro-informazione. Dunque anche le reti decentralizzate sono in grado di creare forme di trasparenza comunicativa asimmetriche e di facciata.

Le élites globali continuano ad esercitare la loro egemonia nella sfera mediatica, il modello comunicativo della “spirale del silenzio” registratosi sin dai tempi dall’ascesa della cultura televisiva, ha assunto nuovi connotati nella società in rete. Nello specifico, la celebre teoria elaborata dalla studiosa Noelle-Neumann, analizzava i mezzi di comunicazione di massa, (l’autrice si riferiva in particolar modo alla televisione) tenendo conto del loro notevole potere di persuasione sui riceventi. I mass-media secondo la Noelle-Neumann sono in grado di omogeneizzare e condizionare il discorso pubblico, per via del fatto che i fruitori del flusso informativo (gli spettatori) non hanno la possibilità di scegliere i contenuti, i tempi e le modalità di fruizione.

L’unanime consonanza dell’offerta televisiva, unita alla ripetitiva serialità dei messaggi veicolati dal mainstream, sembrerebbe enfatizzare determinate opinioni, rendendo preponderanti specifici orientamenti politici conformi agli interessi dei gruppi elitari, attraverso la riduzione alla marginalità o direttamente al silenzio le opzioni minoritarie e dissenzienti rispetto alla voce del mainstream generale.

Il nucleo concettuale della prospettiva teorica della Noelle-Neuman, supportò una tesi per la quale un singolo individuo è disincentivato dall’esprimere apertamente, o semplicemente riconoscere la sostenibilità di un’opinione, poiché l’attore sociale percepisce la stessa opinione come contraria all’opinione dell’idea che lo stesso attore possiede di maggioranza. Il timore della riprovazione e dell’isolamento del singolo è la forza strutturante dell’opinione della presunta maggioranza.

«Più le persone percepiscono tali tendenze e vi adattano le proprie opinioni, più una corrente appare guadagnare terreno e l’altra perderlo. Così, la tendenza degli uni a parlare più forte e degli altri a zittirsi avvia un processo a spirale che progressivamente stabilisce un punto di vista come quello che riesce a dominare». 1Elisabeth Noelle-Neumann, La spirale del silenzio – Per una teoria dell’opinione pubblica. Meltemi, Roma, 2002. p.44.

Questa condizione fa sì che gli attori sociali che si trovino in tali situazioni debbano come bilanciare e soppesare l’espressione della loro personale opinione. La chiusura nel silenzio fa aumentare la percezione collettiva dell’opinione della maggioranza che in realtà appare più forte di quanto realmente sia. Di conseguenza, in un processo dinamico, chi possiede un’opinione ascrivibile alla minoranza appare più debole di quanto effettivamente sia. La maggioranza conforme invece, viene spinta dal potere stesso a colpire e punire i trasgressori, i divergenti minoritari divengono quindi i naturali destinatari dell’aggressività della maggioranza conformista e normalizzata alla nuova realtà.

La teoria venne prontamente messa in discussione ai primordi della società in Rete, poiché nella sua base teorica, la prospettiva suggerita dalla Noelle-Neumann muoveva critiche tenendo esclusivamente in esame le capacità di influenza insite nella cultura televisiva. La stessa teoria ritrova oggi dignità e attualità, dinanzi alla conclamata evidenza del fatto che la decentralizzazione resa possibile dall’ascesa della società-rete, a livello logico non coincida necessariamente con l’acquisizione di nuove libertà individuali e l’affrancamento dai flussi comunicativi eterodiretti.

La centralizzazione comunicativa dell’informazione, e le future conseguenze dell’avanzamento tecnologico, comportano una diffusione di massa di sempre nuovi strumenti di comunicazione telematica. La disperata ricerca della trasparenza dell’informazione si è rivelata essere illusoria e fallace, questo approccio riguarda in particolar modo i cosiddetti “tecno-entusiasti”, ovvero coloro i quali -in maniera entusiastica, appunto- hanno salutato l’avvento della Rete come medium libero e trasparente a priori, considerandolo scevro dalle modalità di condizionamento e influenza proprie dei medium del passato.

La Rete in quanto prodotto sociale, può essere guidata, condotta da attori sociali più influenti di altri come i proprietari delle piattaforme digitali social estese su scala globale (es. Facebook-Instagram-META, Twitter-X), nonché dagli operatori dei media mainstream tradizionali (direttori di telegiornali, opinionisti, e debunkers).

I cosiddetti “depositari di opinioni” opinion leaders della vecchia cultura televisiva, nella società in rete divengono influencers: attori sociali che svolgendo la funzione di intermediari di ultima istanza, condizionano, producono e manipolano l’informazione in maniera speculare agli interessi delle élites del potere globale.

La tendenza monopolistica dell’informazione generalista inaugurata e poi proseguita in quel momento storico ha progressivamente trasformato la democrazia in una sorta di tirannia videocratica. Come confermò molti anni addietro Giovanni Sartori in un suo studio:

 

«La videocrazia sta fabbricando una opinione massicciamente eterodiretta, che in apparenza rinforza, ma in sostanza svuota, la democrazia»2 Sartori Giovanni, Homo videns». Televisione e post-pensiero, Laterza, Roma-Bari, 1997. p. 46.

Nonostante fosse possibile disporre di argomentate analisi critiche che problematizzavano il controverso rapporto tra potere e new media, non era ancora possibile immaginare, né tantomeno prevedere le conseguenze sociali e politiche dell’avanzamento tecnologico nella società in Rete.

Con l’inarrestabile ascesa dell’economia dei big data, la genesi e il trionfo delle bolle-filtro all’interno della dimensione del Web relazionale 2.0 dei social network,3 Pariser Eli, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, op. cit. è possibile cogliere il connotato panottico assunto dal potere nella società in rete. I servizi web 2.0 basati su algoritmi matematici di profilazione, hanno inevitabilmente radicalizzato in maniera esponenziale le ovvie e naturali divergenze ideologiche, sociali e culturali tra le differenti fazioni politiche.

I princìpi giuridici e sociali di libertà propri della stessa narrazione liberaldemocratica occidentale vengono intaccati nei loro aspetti più profondi e intimi: ovvero nell’autonomia intellettuale, nell’esercizio cognitivo del pensare critico, ma più in generale nella privacy dei cittadini. Quest’ultima in particolare vive una condizione duale: 1) reliquia del passato e 2) al contempo un diritto fondamentale dei cittadini teoricamente difeso e tutelato.4Dapprima fu il Privacy Shield, proposta di legge che prevedeva come le autorità americane debbano vigilare ed assicurare con più forza sul rispetto dell’accordo e che collaborino in misura maggiore con le Autorità europee per la protezione dei dati. Nel caso europeo vige il “Regolamento sulla protezione dei dati personali” redatto dalla Commissione Europea nel 2012. Oggi, nel 2023 dovremmo seriamente preoccuparci per l’introduzione della normativa Digital Service Act.

«…stiamo andando verso un’epoca in cui la privacy online sarà parte dell’infrastruttura dell’interazione, e dunque oggetto di adeguata manutenzione e gestione, mentre la privacy offline diventerà pian piano invisibile. La privacy nella sua forma attuale è al tramonto: per rendersene conto non occorre guardare in modo paranoico alla combinazione tra tv a circuito chiuso, droni personali e tecnologie di riconoscimento facciale».5 Birch David, Identity is the new money, Laterza, Roma-Bari, 2016, p. 44.

 

Come ampiamente posto in esame, il determinismo-ottimistico dei tecno-entusiasti non stimola né incentiva la problematizzazione sulle conseguenze di uno sviluppo senza limiti e senza regole delle tecnologie digitali.

La graduale convergenza tra i social media e i social network, ci ha progressivamente trasportato in una nuova stagione di incontrastato trionfo del mondo del business multimediale, dove anche gli spazi intimi e privati tendono ad essere colonizzati dalle logiche del capitalismo consumistico. Se la campionatura delle identità digitalizzate di crescenti porzioni di popolazione è divenuta una semplice operazione, nel prossimo futuro la campionatura biometrica diverrà anch’essa digitalizzabile in uno schema a grafi.6Quasi tutto il pianeta ha già familiarizzato con questa ipotesi durante lo scenario panottico di monitoraggio e restrizioni delle libertà individuali, testate dai governi occidentali durante lo psico-scenario “pandemenziale” da Sars-Cov2 del 2020.

La pervasiva diffusione di nuovi e sempre più sofisticati strumenti di rilevazione dei sentimenti sociali dell’opinione pubblica, come i cosiddetti opinion-polling systems, (i sondaggi d’opinione), caratterizzano gli approfondimenti giornalistici, in particolare quelli televisivi. Nella maggior parte dei casi vengono così prodotte analisi grossolane e approssimative, che rispondendo al parametro della rapidità riescono ad influenzare l’opinione pubblica condizionando l’andamento elettorale.

Il proliferare di sondaggi e analisi politiche sottoforma di “slides” che vengono rimbalzate sugli schermi di tv, pc e smartphone, vorrebbe suggerire alludere alla conclamata esistenza di un’opinione pubblica omogenea, quantificabile e pertanto che esista un costante processo di discussione e bricolage politico.

Gli istituti di sondaggi che ricorrono alle telefonate e ai questionari come tradizionali strumenti di rilevamento, hanno sempre maggiore difficoltà ad intercettare gli spostamenti dei flussi elettorali e l’opinione dei cittadini, in particolare dei più giovani.

Per questa ragione nel retroscena della politica, entrano in gioco nuove figure professionali e nuove tecniche di condizionamento dell’opinione pubblica nella società delle reti: gli analisti di big data. Si tratta di conoscitori di metodologie e tecniche per il trattamento e l’elaborazione informatica di grandi quantità di metadati, tali figure professionali acquisiscono importanza nel processo di “targetizzazione delle utenze”, divenendo necessarie nel processo di costruzione del marketing politico contemporaneo dei social network.

Questa forma di convergenza tra metodi quantitativi (algoritmi e big data) e metodi qualitativi (gli analisti dei dati) è specularmente funzionale agli interessi dei gruppi politici e delle organizzazioni di intelligence che indirizzano e modellano la discussione pubblica.

Ne consegue che ben poco di ciò che crediamo di sapere sugli andamenti sociali, politici ed economici del nostro paese o del mondo, siano frutto di informazioni che ci provengono da una prima mano. Tale evidente condizione risultava chiara e distinta già a partire dalla seconda metà dello scorso secolo, ben prima della nascita della società delle reti.

«Infatti tra i fattori che esercitano un influsso sulla formazione delle nostre opinioni e convinzioni non abbiamo ancora menzionato uno dei più importanti: che è la mediazione dell’esperienza. Fra il singolo individuo, la cui sfera personale dell’esperienza — adoperando questa parola in un senso più complesso — è sempre molto ristretta, e gli eventi incommensurabili, gravidi di conseguenze, che si sviluppano dalle superstrutture sociali, economiche e politiche, subentra di necessità un’istanza intermedia:

la «esperienza di seconda mano». Ciò che un tempo si apprendeva per «sentito dire» viene oggi comunicato in primo luogo dall’industria dell’informazione, dalla stampa, dalla radio, ecc.; accanto a tali fonti continua naturalmente a fluire anche quella sempiterna costituita dalle stesse relazioni interumane, da racconti, notizie, resoconti e agitazioni che girano e rigirano e risalgono in massima parte anch’essi a quanto viene riferito dagli «strumenti della penetrazione tra le masse», attivi giorno e notte. Ma spesso i dati di fatto comunicati sono a loro volta già notizie «indirizzate», e ciò perché l’accertamento, la formulazione e la diffusione è perlopiù compito di grandi enti.

Gli influssi che in tal modo intaccano l’oggettività di news e di facts vanno dalla necessità materiale di formulazioni concise, dai criteri standard dell’importanza ad essi attribuita e dalla soggettività dei funzionari — impossibile ad eliminarsi completamente —, fino a fenomeni più complessi: il fatto cioè che tali enti non operano in uno spazio vuoto ma vengono influenzati da altre istanze le quali hanno anche le proprie tendenze, e che essi naturalmente hanno raggiunto da parecchio tempo quel livello di razionalità che comincia con le riflessioni circa l’eventuale destinatario e l’eventuale effetto della notizia. Compiendosi in forma organizzata, la formulazione delle notizie è inevitabilmente anch’essa un processo «indirizzato»: organizzato infatti significa razionale, e razionale significa funzionale, mirante ad uno scopo che oscilla entro il campo di azione di parecchi fattori […]

La sedimentazione di tutti questi processi nel singolo si chiama opinione: ne comprendiamo ora l’inevitabilità, perché siffatti contenuti schematici compaiono là dove il sapere di prima mano, quello proveniente dall’esperienza autonoma e responsabile, non è sufficiente, mentre l’importanza delle questioni e l’impellente necessità di adattarvisi provocano una presa di posizione.

A tali opinioni non ci si può sottrarre perché nel mare magnum delle realtà odierne l’unica risorsa sono le fonti secondarie, le quali ci vengono addirittura incontro sotto forma di immagini e di caratteri a stampa, in tutte le gradazioni della veridicità. E ne abbiamo bisogno per procurarci nell’oceano dell’insicurezza una bienfaisante certitude».7Gehlen Arnold, L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, SugarCo, Milano, 1984. [1957]. p. 80-81-82.

 

Gran parte delle immagini e dei concetti che giungono alla nostra mente, sono filtrate dai mass media, ad un punto tale che non crediamo ad un fatto sociale financo non leggiamo le nostre newsfeed personalizzate, che ci suggeriscono di cliccare sui contenuti che i nostri blog e giornali preferiti ci propongono, oppure accendendo la tv, possiamo scegliere un programma attingendo dal variegato palinsesto televisivo del digitale terrestre o della tv satellitare, e qualora fossimo stanchi delle immagini visive eterodirette, possiamo liberamente scegliere di accendere la radio selezionando la stazione più conforme ai nostri interessi.

Pare pertanto conclamato il fatto che i cosiddetti “spazi virtuali”, abbiano sussunto numerose funzioni dei mass-media novecenteschi, maturando una reciproca contaminazione delle loro pregresse formule dell’agire comunicativo originario.

In conclusione, la domanda che pongo è la seguente:

Gli spazi virtuali possono ritornare ad essere luoghi inclusivi, restituendo così la Rete alla sua natura originaria, quell’utopica concezione di un’agorà elettronica in divenire?

La singolare distopia tecnologica in divenire entro la quale siamo calati nella sfera privata, ci ha progressivamente fatto abbassare le difese nei riguardi della nostra riservatezza e della nostra privacy, che in uno scenario di avanzamento tecnologico verso l’Internet delle cose (IOT, Internet of things) diverrà un concetto superato, o più semplicemente sconosciuto alle generazioni future.

 

I cittadini dei paesi occidentali hanno riempito le proprie case di ogni forma di gadget tecnologico iperconnesso dalle smart tv, ai cosiddetti “autoparlanti intelligenti”, mentre sarebbe più opportuno classificarli come vere e proprie “cimici”, analogamente a come si definivano nei film di spionaggio del secolo scorso tali dispositivi: degli autentici sistemi di registrazione in remoto di ogni dialogo e conversazione per finalità di business e marketing. Si tratta di eccezionali strumenti utili alla classificazione, al controllo dei comportamenti di consumo, così come delle preferenze elettorali.

Lo spirito originario di Internet vedeva nell’interconnessione pressoché totale dei cittadini l’affermazione di un dibattito politico globale, dove si sarebbero potute sviluppare nuove soggettività politiche capaci di opporsi ai processi di privatizzazione e mercificazione prodotti dall’incontrollato potere dell’ideologia neoliberista e dal capitalismo clientelare.

Internet non è una realtà separata a sé stante rispetto al mondo reale. Internet è innervato e correlato alla società. Come tutti i media nell’età moderna, Internet che è spazio e luogo allo stesso tempo,

potendo subire distorsioni e manipolazioni calate dall’alto, può altresì subire chiusure, controlli e restrizioni. Mettere a disposizione di server a software proprietario enormi quantità di file e dati personali implica in maniera inevitabile riduzione della privacy e mercificazione dell’identità individuale.

Visited 45 times, 1 visit(s) today
  • 1
    Elisabeth Noelle-Neumann, La spirale del silenzio – Per una teoria dell’opinione pubblica. Meltemi, Roma, 2002. p.44.
  • 2
    Sartori Giovanni, Homo videns». Televisione e post-pensiero, Laterza, Roma-Bari, 1997. p. 46.
  • 3
    Pariser Eli, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, op. cit.
  • 4
    Dapprima fu il Privacy Shield, proposta di legge che prevedeva come le autorità americane debbano vigilare ed assicurare con più forza sul rispetto dell’accordo e che collaborino in misura maggiore con le Autorità europee per la protezione dei dati. Nel caso europeo vige il “Regolamento sulla protezione dei dati personali” redatto dalla Commissione Europea nel 2012. Oggi, nel 2023 dovremmo seriamente preoccuparci per l’introduzione della normativa Digital Service Act.
  • 5
    Birch David, Identity is the new money, Laterza, Roma-Bari, 2016, p. 44.
  • 6
    Quasi tutto il pianeta ha già familiarizzato con questa ipotesi durante lo scenario panottico di monitoraggio e restrizioni delle libertà individuali, testate dai governi occidentali durante lo psico-scenario “pandemenziale” da Sars-Cov2 del 2020.
  • 7
    Gehlen Arnold, L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, SugarCo, Milano, 1984. [1957]. p. 80-81-82.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *