Cospirazionismo e metacognizione

Parte 3:

3.1 – L’ingannevole stereotipo del “complottista no-vax” stabilito dal sistema mediatico

Al fine di governare la complessità sociale, le élites del potere e dei loro organi mis-informativi del mainstream, ricorrono all’attivazione del sempre efficace dispositivo del divide et impera. Il fenomeno della polarizzazione delle opinioni, diffuso ed alimentato dai talk show televisivi è una chiara manifestazione di questa diffusa tendenza. Nel quadro generale delle contingenze emergenziali (cfr. psico-pandemenza), il mainstream, ha diffuso e cementato nella psiche collettiva la falsa equivalenza secondo la quale tutti i No-vax sono complottisti e tutti i complottisti sono No-vax. Analogamente, nel caso dell’emergenza (indotta) della guerra nel Donbass, chiunque fosse contrario alla narrativa ufficiale veniva etichettato come “putiniano”. Tutto ciò avveniva ben prima del 24 febbraio 2022.
La banalità descrittiva di questo modello è imbarazzante tanto quanto la sua concreta efficacia nel controllo e nel condizionamento delle masse.

Lo stereotipo complottista è oramai storicizzabile. La narrazione di queste visioni preconcette è finalizzata al modellamento di un’opinione pre-costituita orientata alla ridicolizzazione di particolari categorie di individui. Un esempio calzante è rappresentato da quegli individui che coprivano col nastro isolante gli obiettivi delle fotocamere di computer e smartphone. In molti casi si trattava di persone che ricorrevano a questi stratagemmi ben prima delle importanti dichiarazioni di Edward Snowden risalenti al 2013. Un’altra consolidata opinione stereotipica riguardava quegli individui che creavano cappellini di carta stagnola col quale avvolgersi il cranio per proteggersi dalle onde elettromagnetiche. In questo secondo caso, tutto questo avveniva ben prima che si iniziasse a parlare di 4G, 5G e via dicendo.

Sulla base di stereotipi analoghi a questo, divulgati per decenni tramite cinema, tv e carta stampata generalista. Durante la stagione pandemenziale, le narrazioni alternative se analizzate esclusivamente dall’osservatorio dei social network atlantisti, sensibili a stabili inferenze statistiche, registrano l’esclusione dei gruppi minoritari in base alla ridicolizzazione e allo stigma sociale dei dissidenti. Tutto ciò al fine di consegnarli agevolmente alla spirale del silenzio. Nel precedente contributo abbiamo già introdotto il tema della stigmatizzazione del pensiero dei dissidenti. I sostenitori delle narrative minoritarie vengono dunque rappresentati dalle narrative ufficiali come vittime degli effetti psicologici negativi echo-chambers nelle piattaforme social.


   

Dunque approfittando della loro egemonia mediatica, i media generalisti hanno promosso una narrazione parziale, hanno descritto l’informazione alternativa in maniera volutamente confusa e contraddittoria. Talvolta classificata come “disinformazione on-line”, in altri casi come “contro-informazione”, identificando comunque alcune tesi sull’esistenza antropologica dei gruppi dissidenti: quella della sotto-istruzione digitale delle masse, che produce individui e gruppi che miscelano disordinatamente teorie del complotto in salsa dietrologica, ufologia e contro-ufologia, negazionisti della teoria dell’evoluzione. Altro immancabile utensile nelle mani dei sedicenti fact-checkers è il cosiddetto “analfabetismo funzionale” di mentaniana memoria. Più in generale il mainstream ha tentato di promuovere un’associazione mentale condivisa secondo la quale la creduloneria on-line a favore di ogni genere di teoria del complotto è appannaggio esclusivo dei sotto-istruiti complottisti.

3.2 Metacognizione: dal cospirazionismo alla complottologia dei liberi pensatori

L’eterogenea costellazione di gruppi e canali dell’informazione alternativa, attivata dalle tecnologie di rete, ha dimostrato già da tempo di poter fungere adeguatamente come intelligenza connettiva.
Lo spazio digitale dell’informazione alternativa potenzialmente si configura già come ambiente cognitivo. Tuttavia, affinché questo spazio possa divenire un ambiente, esso deve essere attivato, ovvero, deve essere percepito dall’individuo all’interno di un flusso di esperienza al quale attribuisce un senso.

Gli spazi esterni all’individuo (l’infosfera nella sua totalità) non posseggono un senso intrinseco. Sono i processi cognitivi individuali di costruzione di senso (sensemaking) ad attribuirgliene uno. Ecco quindi in cosa consiste un ambiente attivato: non più un semplice spazio di informazione digitale, bensì un eterogeneo sistema aperto, omeostatico, di stimoli informativi. Per cui un processo organizzativo della conoscenza, individuale, basato su strategie di management cognitivo coincide con il suo trattamento qualitativo. Dunque l’interazione tra diverse idee individuali sfocia in dinamiche associative di gruppo.
Come noto e prevedibile, non si tratta dunque di un campo liscio, esente da conflitti sociali e contraddizioni. Per l’individuo, l’esercizio metacognitivo si snoda attorno all’economizzazione delle risorse cognitive a disposizione, nel perimetro biologico di una razionalità limitata (bounded rationality).

3.3 Dagli spazi digitali agli ambienti attivati

La contingenza tecnologica digitale dell’ultimo decennio ha accelerato altri fenomeni socio-tecnici: ha pervaso l’ecosistema meccanico delle automobili, ha raggiunto i frigoriferi di casa, per limitarci a pochi esempi. Le narrazioni approvate dal sistema sui temi del futuro digitale, illustrano scenari incantati, che coincidono spesso con l’utopia positiva, retta e dominata da una tecnocrazia globale, illuminata e paternalistica. Ogni scostamento dal codice comunicativo dominante approvato dal sistema, ogni deviazione dall’agenda setting dominata dal politicamente corretto, vengono fortemente avversate e osteggiate dal sistema editoriale generalista e dalle narrative istituzionali, consegnando i loro autori all’oblio.
All’interno dei contesti emergenziali, le narrative ufficiali si espongono per ovvie motivazioni alla loro problematizzazione e la loro critica. In questo scenario dominato dalla paura sistemica veicolata e indotta dai media generalisti, quote crescenti di individui hanno avuto l’occasione di coinvolgere e negoziare funzioni cognitive complesse come il problem solving, le forme di apprendimento latente, le risposte combinate e l’insight.

Quest’ultimo in particolare rappresenta ciò che, volgarmente, potremmo denominare come il “lampo di genio”, la comprensione improvvisa ed intuitiva della soluzione di un problema da risolvere. Il raggiungimento di una condizione mentale maggiormente libera dalla rigida osservanza di determinati preconcetti e pregiudizi precedentemente interiorizzati.

Ecco perché il cosiddetto processo del “risveglio” nell’epoca delle reti decentralizzate investe processi mentali come la cognizione e la metacognizione.
L’apprendimento in rapporto all’età evolutiva, non è necessariamente correlato al percorso e al livello di istruzione, e risulta efficace solo se il soggetto ricorre a strategie metacognitive: strategie di auto-riflessione che accompagnano l’attività cognitiva col compito di renderla più consapevole, monitorarla e valutarla al fine di garantire un apprendimento più efficace. Per via della componente ricorsiva dell’informazione digitale, mutano anche le strategie cognitive alle quali l’individuo ricorre per organizzare le informazioni, producendo conoscenza attraverso l’intelligenza emotiva.

Clicca qui per vedere l’esperimento di Kohler con gli scimpanzè (1925)

3.4 Dal cospirazionismo ingenuo, al cospirazionismo avanzato

L’ambiente cognitivo attivato del cospirazionismo ingenuo è riconducibile alla maggioranza: un cospirazionismo eclettico confuso, contraddittorio, approssimativo, per cui l’illusione delle libertà espressive concesse dalla tecnologia coincidono coi suoi limiti e le sue vulnerabilità. Per via della sua maggior ampiezza di campionamento, il mondo del cospirazionismo ingenuo produce campioni statistici inferenziali affidabili.  
Sono infatti queste ultime ad essere usate dal potere mediatico mainstream per costruire narrazioni ad hoc, atte a dequalificare e delegittimare nel complesso la totalità dell’informazione alternativa. Nel nostro esperimento di scrittura creativa, ci limitiamo ad evidenziare alcuni tra i più noti modelli di auto-stereotipizzazione cospirazionista, che si sono consolidati come degli schemi di sé: ovvero delle generalizzazioni cognitive basate sulle esperienze passate, che contribuiscono ad organizzare memoria e motivazione. Tuttavia, per ragioni di sintesi, illustriamo solo due esempi ideal-tipici, due categorie dei membri stereotipati di cospirazionisti ingenui: quelli riconducibili al cosmo cognitivo della terrapiatta, e i teorici della tesi no-planes sul 9/11 che sostengono la tesi ologrammatica.

Altra figura stereotipata del cospirazionista ingenuo affrescata dal mainstream è quella del “leone da tastiera” crozziano, stereotipo riconducibile al consumatore e produttore (prosumer) passivo di informazione alternativa, iperconnesso coi social network. Questa è chiaramente una proiezione mentale dei desiderata del sistema di potere.

Il comico Maurizio Crozza nei panni del complottista Napalm51

Sfortunatamente per le élites, e fortunatamente per la libertà di espressione, esiste anche un cospirazionismo compilato e riservato, meno cialtronesco. Questo è denominabile anche come “complottologia”, intesa come analisi sui complotti, non certo la paternità sugli stessi, che come sappiamo è appannaggio delle élites del potere.

Il cospirazionismo avanzato è rappresentato da individui che studiano e analizzano sia le narrazioni del mainstream come anche quelle dell’infosfera alternativa. Saper trattare qualitativamente l’informazione O.S.Int. (Open Source Intelligence), richiede all’occorrenza anche la capacità di potersi sentire felicemente sconnessi dal digitale, saper gestire e amministrare il proprio tempo. Elaborare proprie visioni del mondo senza farsi condizionare e distrarre dalla ricorsività della notifica. Anche in questo caso si tratta di economizzazione delle risorse cognitive.
Eredi contemporanei più o meno accreditati (o auto-accreditati?) del giornalismo muckracker novecentesco, il C.A. ha maturato un’esigenza gnoseologica orientata verso la massimizzazione dell’autonomia conoscitiva. Tale condizione alimenta la motivazione verso la ricerca di soluzioni sfocate, non binarie, alternative alle ordinate suggestioni narrative delle vulgate ufficiali, queste ultime infatti, come noto, hanno come obiettivo la neutralizzazione del conflitto sociale. Il cospirazionismo avanzato è minoritario, numericamente meno consistente del primo, rappresentando ridotte porzioni di popolazione, offre campioni statistici poco significativi a livello quantitativo. Ma proprio quando si parla di minoranze sociali, i metodi qualitativi di indagine dimostrano la loro concreta efficacia.

L’eterogenea complessità del modello ideal-tipico del cospirazionista, ci ricorda come queste due figure sociali, non solo coesistano nella realtà quotidiana, ma collaborino in progetti comuni.

Ecco dunque come l’immagine binaria delle due distinte figure sociali suggerita dal mainstream inizi a dissolversi a favore di un’immagine di una macro-categoria sociale eterogenea e culturalmente diversificata.

I cospirazionisti risultano antropologicamente accomunati da ulteriori caratteristiche: l’esser percepiti dalla massa come voci della minoranza, individui pedanti, portavoce di argomenti impegnativi, ma non necessariamente scomodi. Talvolta, ingenui, sfrontati, egocentrici e arroganti.

Ci teniamo a precisare come questo modello proposto sia volutamente didascalico, e non vuole in nessun caso essere un invito al frazionismo nelle aree del dissenso. Bensì l’esatto opposto: evidenziare la necessità incombente di favorire e raggiungere processi federativi tra i produttori di informazione alternativa. Creare piccole comunità di intelligence popolare su base locale per la condivisione della conoscenza critica, nell’ottica preventiva di nuove ed eventuali radicalizzazioni della tirannia tecnocratica nel governo delle emergenze.
Il mainstream ha proiettato un auctoritas sull’idea stereotipale del pensare dietrologico, con la finalità di squalificare a priori il noioso e rozzo “complottista”.

Libri scolastici

In questo momento come comunità globale di cospirazionisti ci troviamo in una strana posizione: molte più persone, di estrazione non-cospirazionista, riconoscono come i “devianti cospirazionisti” spesso depositari di un “sapere artigiano” e autodidatta, animati dall’intuito e dalle euristiche, erano più vicini alla realtà rispetto alle ingannevoli narrazioni veicolate dai media generalisti attorno ad una serie di eventi e fatti come:

  • la pandemenza e la dittatura sanitaria, (2020-2022)
  • la sciagura di una proxy war statunitense/NATO nel confine orientale dell’Europa, (2014- in corso)
  • l’attacco ai gasdotti del Nord Stream nel Mar Baltico (26 settembre 2022)
  • la furiosa e spropositata reazione dell’élite criminale sionista israeliana all’attacco di Hamas (7 ottobre 2023). Un’ennesima dimostrazione di come lo scopo non dichiarato fosse sin dall’inizio lo sterminio etnico del popolo palestinese.

Eppure nonostante questi colossali mutamenti e l’evidenza del declino del mondo unipolare di inizio secolo, le masse acquiescenti continuano a portare avanti la farsa odierna come se non ci fosse stata alcuna psico-pandemenza con annessa dittatura sanitaria. Come se da parte della civilissima Unione Europea non fosse mai esistito il sostegno logistico di intelligence, militare e mediatico a favore dei gruppi neo-nazisti ucraini. Nel brevissimo tempo, anche le immagini dei recenti massacri israeliani sui civili di Gaza cadranno nell’oblio, come se non fossero mai avvenuti. La novella psyop guidata dal sistema mediatico generalista sul patriarcato, assolve proprio a questo scopo di rimozione psicologica delle scomode cronache di guerra dalle prime pagine dei giornali e dall’agenda setting in generale.

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